E’ uno dei temi più attuali delle ultime settimane, che ogni giorno si arricchisce di dettagli – più o meno ufficiali – e di testimonianze da parte dei passeggeri; è il caso Ryanair.
Dalla seconda metà di settembre, infatti, la compagnia aerea low cost ha deciso di cancellare centinaia di voli, fino all’inizio del 2018. Un errore nel pianificare le ferie dei piloti o un tenativo (disperato) di porre rimedio all’emorragia di quegli stessi piloti che, si sussura, avrebbero trovato condizioni economiche più vantaggiose dai competitors? In attesa di una risposta, sono nel frattempo migliaia i passeggeri che si sono visti cancellare i loro voli prenotati con largo anticipo: non solo per le mete delle loro vacanze, ma anche e soprattutto per destinazioni di lavoro.

Le rotte cancellate fino al prossimo marzo sono in totale 34, oltre ai 2.100 voli nel periodo settembre-ottobre. Emerge però adesso un’altra lettura: se invece la decisione fosse stata presa per tagliare le destinazioni in perdita? Gli studi condotti da Aviation Analytics – società che analizza il mercato dell’aviazione – sembrano ipotizzare questa chiave di lettura. Analizzate le performance delle rotte principali cancellate, è emerso infatti che quasi tutte comportano perdite economiche per Ryanair.
Tra i Paesi più interessati dalle cancellazioni – emerge ancora dallo studio – al primo posto compare l’Italia, seguita da Regno Unito, Germania, Grecia e Polonia. «Il 91% delle rotte cancellate fa registrare perdite a Ryanair» commentano gli analisti. Nel frattempo, l’ultimo aggiornamento della compagnia aerea risale a lunedì scorso: tutti i 315 mila clienti che hanno subito una cancellazione – fa sapere la low cost irlandese – hanno ricevuto notifiche via e-mail. Di questi «oltre 311.000 richieste di cambio volo o rimborso (oltre il 99% dei clienti coinvolti) sono state processate». Numeri forse confortanti, che però non sono ancora delle risposte esaustive ad uno dei casi più discussi nel 2017.
